La corrente artistica

Uno sguardo critico sull’opera di Giuseppe Cesarini

Giuseppe Cesarini è uno scultore romano, uomo semplice e schivo, autodidatta verace e lontano dalle luci della ribalta.

Ha uno stile molto personale che evoca l’arte naïf del secolo scorso. Difatti Cesarini – che non dichiara fonti d’ispirazione specifiche – condivide con quegli artisti il rifiuto del sistema accademico e culturale vigente, la mancanza di preparazione specifica e una raffigurazione semplificata del reale.

Le sue mani ruvide, callose, artigiane, sporche e sapienti, ci parlano di uno scultore che ama visceralmente la materia che lavora, i marmi preziosi variopinti da madre natura, ai quali conferisce forma esprimendo il suo mondo interiore, i suoi pensieri e le sue emozioni.

Il ricorso ai materiali nobili dell’antica tradizione occidentale e del vicino Oriente antico rende preziosa la sua produzione fin dall’origine del processo creativo.

È importante sottolineare la scelta di Cesarini di operare nel campo della figuratività: le sue immagini hanno un senso reale e profondo, comunicano stati d’animo, riflessioni esistenziali e sociali. La natura è fonte primaria d’ispirazione dalla quale scaturisce un realismo lirico. Cesarini scolpisce il cibo, le spighe, i frutti della terra, ma anche animali significativi dell’antica tradizione mediterranea come la sfinge, creatura mitologica legata agli enigmi e protettrice dei defunti, la civetta animale sacro a Minerva, simbolo di sapienza, poi lumache, gatti, ma anche opere satiriche e ferocemente critiche verso l’attuale società, spietata verso i più deboli. Ne “L’umana indifferenza” ad esempio, una macchina investe impietosamente un gatto, mentre nel “Caprone tecnologico”, una testa di capra in pregiato marmo africano ha la tastiera di cellulare incisa sul capo, a sbeffeggiare l’utilizzo compulsivo della tecnologia, che rende più dignitosi gli animali rispetto a tanti uomini ormai del tutto dipendenti dai dispositivi digitali.

Cesarini dimostra il suo disprezzo per dittatori (Kim Jong-un) che calpestano i diritti umani e per potenti che, come Trump, agiscono per scopi meramente economici.

Infine esprime la sua solidarietà alle donne oppresse in tutto il mondo, ad esempio con “La rosa dell’Afghanistan” esprime rabbia e pietà per la drammatica condizione femminile dei paesi nei quali vige la legge coranica nota come sharia.

I problemi sociali e le crisi spirituali che percorrono la nostra epoca toccano nel profondo il nostro artista, che in “Resurrezione” rappresenta la forma di una croce spezzata su una breccia policroma, a significare che Cristo risorge nonostante tutto. Come molti artisti nati nella seconda metà del XX secolo, il nostro ha perso l’innocenza vedendo “tutto e il contrario di tutto”, tra astrazione e ritorno alla figurazione, e sceglie di recuperare significati e valori etici, consuetudini rimosse da tanta arte contemporanea, contaminata da scelte ideologiche, politiche o meramente esibizioniste.

Lo scultore romano si è ritirato lontano dai ritmi disumani dei “tempi moderni”; critico nei confronti della società attuale centrata sul denaro e sulla fame di fama, ha lasciato la città per vivere a Tarquinia, gioiello naturalistico ma soprattutto archeologico del viterbese, sito Unesco per la preziosità delle aree archeologiche etrusche (visitabili). Tarquinia è un luogo arcaico che si sposa alla perfezione con la matrice arcaica del lavoro di Cesarini.

Una tecnica affinata gli permette di creare opere originali e godibili.

Lavora il marmo innanzitutto con l’amore dovuto a questo nobile e antichissimo mezzo d’espressione, forma d’arte praticata dalla notte dei tempi e portata a divina maturazione da Greci e Romani. Non solo le forme, ma anche i colori dei materiali esprimono messaggi potenti.

Parlando del suo lavoro, ci fa sapere che “vede ciò che c’è dentro alle pietre”, ebbene lo diceva Michelangelo che nella pietra c’è ha statua virtualmente incastonata, e che è compito dello scultore tirarla fuori. Le sue pietre sono oggetti da guardare con amore e con i quali dialogare (“preferisco parlare con le pietre che con le persone”) nello sforzo di dare una vita propria a questi frammenti più o meno informi, prima di divenire creazioni artistiche.

La sua scultura è espressione identitaria, e il suo linguaggio, seppure personale, non è privo di rimandi a grandi maestri italiani del Novecento; ad esempio le sue forme essenziali, arcaiche e plastiche richiamano alla mente il grandissimo Arturo Martini.

Seppure lontano dai social, ha un suo pubblico che lo segue da anni e ne colleziona le opere, apprezzando la tenacia e la curiosità con cui sperimenta i materiali e il senso che infonde alla sua attività.

Roma, 27/11/2021

Chiara Di Meo, Storica dell’arte e Guida turistica

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La vita

Nato a Roma negli anni ’60. Di origini umili, si destreggia fin da subito tra tanti e diversi mestieri praticati per vivere. Le difficoltà affrontate hanno alimentato una genuinità del sentire che, sempre più profonda e intensa, ha trovato espressione nell’arte. Le sue sculture in marmo che si compongono di frammenti del tempo passato che da sempre lo hanno affascinato, lo portano a cogliere la voce di ogni pietra, di ogni scheggia, forgiandole con uno sguardo visionario in messaggi sempre attuali. Marmi di indubbia rarità e bellezza, sono riportati ad una modernità nuova, pur mantenendo intatta la naturalezza. Parlano le venature, gli intarsi di colore, l’accostamento tra le superfici lucide e lavorate e quelle grezze. L’autenticità del linguaggio e del messaggio che l’autore vuole comunicare, scavalca la mancanza di una tecnica e esalta la semplicità delle opere che mantengono la modernità propria degli oggetti di arte e design attuali.